Gli orecchini delle Janas

Di Claudia Zedda

Istruzioni per l’uso
Trova un posto tranquillo, sotto un albero o sul tuo divano preferito. Magari nel tuo angolo
domestico prediletto. Se ancora non sai qual è, ti aiuto a scoprirlo.

Dedicati trenta minuti e inizia a girovagare per casa lasciando libera la mente da qualsiasi
pensiero. Il tuo istinto ti porterà lì, dove le buone energie si intrecciano e interagiscono
positivamente con te. Ecco il punto perfetto nel quale leggere questo racconto è quello.

Ricorda: mantieni aperti tutti gli occhi che hai! Quelli sul viso e quelli dell’immaginazione. Ti
aiuteranno a immergerti nella magia del racconto, che in gran parte trae spunto dalla tradizione
popolare sarda.

E’ tutto vero: i nodi in Sardegna sono magia e chi annoda può rendere possibili un sacco di cose.

I brebus esistono e quello che ho inserito in questo racconto è stato cantato per un sacco di tempo
dalle bambine, adulte e vecchie in onore alla luna.

Le janas esistono, certo che esistono: e se le sai chiamare con il giusto ritmo e con un buon intento,
saranno da te in men che non si dica.

Ed infine le lorighittas: la leggenda è semola del mio sacco, ma in cuor mio sono sicura che siano
state le janas ad insegnare la tecnica di realizzazione di questa pasta speciale, alle donne.
D’altronde un antico mito dice che tutto quello che le donne di Sardegna sanno fare di bello, sono
state proprio le janas a insegnarlo.

Buona lettura
Claudia Zedda

Gli orecchini delle janas



Questa è una storia vera per davvero, come è vero che di notte la luna brilla in cielo.

E la luna in questa storia ha il suo ruolo, possiamo pure dire che senza luna questa storia nessuno
avrebbe potuto raccontarla, perché senza luna non sarebbe mai accaduta.

La protagonista è una jana, ma una jana speciale, di quelle che hanno un nome e forse anche un
cognome. E le janas, che pure un nome ce lo hanno tutte, non amano rivelarlo. Perché a conoscere il
nome delle fate sarde le si può chiamare in ogni momento, e scoprirete che quelle creature
incantate amano la vita tranquilla e non apprezzano di dover correre a destra e a manca.

Ma Zirchiriola era diversa. Da tutte.

Era colorata come un arcobaleno, e proprio quando un arcobaleno incontrava un laghetto sacro o
un pozzo antico, lei si mostrava e aspettava, aspettava, aspettava.

Non lo sapeva nemmeno lei cosa aspettasse, ma Zirchiriola aspettava e cantava. Cantava e filava.
Filava e tesseva. Tesseva e legava.

Un giorno, dopo un pesante temporale che aveva scosso le ossa bianche di Mamma Sardegna, quel
velo che la proteggeva e la nascondeva agli occhi del mondo cadde, e lei a eguale distanza da un
pozzo sacro e un colorato arcobaleno, si mostrò. Sapeva che la sua permanenza nel mondo degli
umani sarebbe durata il tempo di un arcobaleno e quindi non si curò del luogo nel quale era
comparsa. Intrecciava fra le mani fili colorati raccontando una storia che nel mondo sarebbe
diventata reale, perché le janas fanno anche questo: intrecciano, e intrecciando fili creano vita.

Intrecciava e cantava, cantava e sorrideva, sorrideva e sognava. Ma quel giorno accadde qualcosa
che nemmeno Zirchiriola, la jana dell’arcobaleno, avrebbe potuto prevedere. Sentì tintinnare nelle
sue orecchie unu brebu antico. Se tu che leggi non sai cosa sia unu brebu, ebbene rimediamo subito.

Si tratta di un insieme di parole fiorite e belle, che se pronunciate con il giusto ritmo e il corretto
intento, possono far magie. C’è chi le dice parole miracolose, chi le dice parole di potere, c’è chi le
dice semplicemente parole. Perché tutte le parole sono miracolose e di potere, è che spesso,
pronunciandole, sbagliamo il ritmo o l’intento. E allora volano via senza sortire alcun effetto
prodigioso.

Quelle parole però erano recitate con ritmo e sentimento, e lei, la jana dell’arcobaleno, non poté far
altro che rispondere.

Su brebu suonava più o meno così.

Sa luna noa/ sana m’accates,/ sana mi lasses/ chin dinare in bùssia/ e trigu in sa cassia,/ forte che ferru/ lenta
che chervu (La luna nuova mi trovi sana, mi lasci sana, con denari in tasca e grano nella madia, dura come il ferro, dolce come il cervo).

Tutte le janas sono parenti strette della luna, e quando la luna è invocata loro devono rispondere.
Così avvenne per Zirchiriola, la jana più prossima a quel richiamo.

Zirchiriola si trovò presto trasportata in una cucina piccola e scura, che brillava di rame, ferro, e di
pochissimi raggi di luna nuova. L’unica presente era una donna alta e secca, che l’aveva invocata
senza sperarlo, con le mani sporche di semola e acqua.

L’una, eccitata dal richiamo e l’altra, sorpresa per la richiesta esaudita, si studiarono a dovere.

“Non ho tutta la sera, potrò star qui il tempo di un arcobaleno. Dimmi dimmi. Perché hai
cantato alla luna?”

Quella che si chiamava Filomena iniziò a balbettare qualcosa che aveva a che fare con dei soldi,
della semola ed il mercato. Si scoprì che Filomena era una maista pastaia che aveva perso la
creatività e anche i clienti, e proprio quella notte per ritrovare la fortuna e l’intuito, aveva richiesto
aiuto alla luna. La luna non si era presentata, ma Zirchiriola sì.

“Aiutami! Ho bisogno di un’idea che mi regali ancora sicurezza in me”

Zirchiriola iniziò a pensare, pensare e pensare e mentre pensava attorcigliava i tre lunghi fili di
lana che le erano rimasti in mano. Annodare in Sardegna, in pochi lo sanno, è arte magica fra le più
antiche. Le stesse tessitrici sono antiche fate e quando tessono, creano storie, intrecciano vite.

D’un tratto la fata si fermò vedendo gli intrecci che sovrappensiero aveva creato con le proprie mani
e ritenne che fossero davvero graziosi. Per cui decise di mettere su pasta l’idea, creando quelle che
un giorno Filomena avrebbe chiamato lorighittas, orecchini.

Creò un lungo filo di pasta di semola dura, bianco come la luna. Lo annodò per tre volte fra
l’indice ed il medio e con l’aiuto del pollice intrecciò quei fili che sembravano di lana ma erano di
semola.
Il primo tentativo venne male, il secondo tentativo venne meglio, il terzo tentativo fu perfetto.

“Sembrano orecchini – esultò Filomena che già aveva ben osservato la tecnica e la faceva
propria”.

Orecchini di luna… – disse fra sé e sé.

“Di jana direi, orecchini di jana” – la corresse Zirchiriola. – “Ma affinché la tua pasta sia non
solo bella e buona, ma anche incantata e magica tieni a mente questo: tutte le volte che
intreccerai la semola come fosse lana, mantieni forte in te l’intento e vedrai che tutto ciò che
avrai in mente, si potrà realizzare”.

Filomena annuì e senza pensarci legò quella pasta ad un intento che non poté più abbandonarla.

Di stupire tutti quelli che da lì in poi avrebbero osservato le lorighittas e di mettere il sorriso fra i
denti di tutti quelli che avrebbero mangiato un piatto di orecchini di jana.

Claudia Zedda